I talenti del coaching

Dopo avere fatto la penultima seduta di coaching ad una mia giovane cliente, mi soffermo a descrive la intima soddisfazione che ho provato e che sta coronando un percorso virtuoso che abbiamo fatto lei e io.
Era venuta da me per sciogliere la confusione che aveva in mente tra gli studi che non le piacevano, il pentimento per avere scelto quella facoltà, il desiderio di aiutare gli altri e la passione per il teatro che fagocitava tempo e pensieri, era scontenta e critica, un gran peccato vivere così i suoi vent’anni.
La cosa positiva con la quale ho iniziato è stato il rapporto di fiducia che c’era tra noi, il resto era tutto da fare.
Il coaching funziona se si rispettano le regole, se si capiscono le regole, se si toglie il concetto di rigidità alla parola regole, se si vede nell’interpretazione delle regole la via d’uscita dal caos.
La ragazza è intelligente ma confusionaria con l’abitudine di rimandare a fare ciò che non le piace con la conseguenza di esami andati male, voti bassi e ritardo nel programma.
In questa sua confusione l’unico aspetto funzionante è stata la frequenza ad un corso di teatro, presso una grande città verso il quale ho anche io appoggiato la sua scelta perché ho capito che sarebbe servito anche per altri motivi.
Le prime sedute sono state abbastanza neutre, poi lei ha iniziato a disdirne qualcuna e ad arrivare in ritardo di mezz’ora e a questo punto ho affrontato con fermezza la sua tendenza a condurre il gioco per lamentarsi dei suoi insuccessi, contravvenendo alle regole del contratto di coaching, che avevamo firmato entrambe.
Non si aspettava di essere messa alle corde e ha finalmente visto la sua vita da un altro punto di vista che non fosse quello solito, il cambiamento è finalmente iniziato, ma le domande potenti che hanno cambiato tutto sono state: “ascolti il tono che usi nel parlare dei tuoi studi? Avverti la brutta sensazione che provi e che mi stai trasmettendo?”. Lei finalmente si è ascoltata, dissociandosi da quello che diceva e non si è piaciuta per niente! Brava le ho detto.
Poi utilizzando il suo racconto del successo avuto a scuola di teatro nell’aver preparato un personaggio, le ho chiesto:
“Ricordi la soddisfazione che hai provato nel recitare un personaggio difficile nel provino che hai fatto per la scuola di teatro?” Lei ha subito sorriso e allora ho aggiunto: “tu sei una brava attrice come dicono i tuoi insegnanti, sai interpretare personaggi differenti e ti piace farlo vero?” ha continuato a sorridere e ho aggiunto: “pensa alla soddisfazione che proverai nel mettere i tuoi talenti di attrice nella tua parte di studentessa che deve sostenere gli esami!” e diventata seria e si è messa a pensare, allora ho aggiunto: “una brava attrice interpreta con successo tutti i ruoli che le propongono vero?” È rimasta a pensare senza parlare e poi mi ha risposto: “certamente, non voglio più sentirmi parlare con quel tono e provare fastidio”.
Si è messa a sorridere e mi ha detto che non si era mai ascoltata e non ci aveva mai pensato, ma ora ha capito come fare.
L’ho rinforzata dicendole: “hai sicuramente motivazione a sbrigarti con gli esami ancora da dare perché la laurea che avrai nel prossimo anno coinciderà con il provino che farai per entrare in una accademia nazionale di Teatro come ti hanno prospettato nella scuola che stai frequentando”.
Si è illuminata e la seduta è finita con uno scambio bellissimo, in preparazione dell’ultimo incontro che avremo, in cui prevedo che mi parlerà della organizzazione della sua vita e di come vuole viverla con l’entusiasmo e l’energia dei suoi vent’anni.

Il coach vive di queste soddisfazioni, di vedere fiorire il proprio cliente, di vederlo diventare felice, di accompagnarlo nelle sue scoperte, di provare un sorriso interiore o un brivido sulla pelle come quando si supera felicemente un ostacolo difficile.
La gestione dei talenti del proprio cliente è un vero privilegio che è dovuto ad un ascolto attento verso chi parla, perché in tutto il racconto confuso del cliente c’è nascosto uno o più talenti che sono esposti malamente o con noncuranza.
È un puzzle sparpagliato da comporre oppure può essere inteso come una partita a scacchi che necessita di concentrazione.

Sto parlando del coaching come un gioco e forse lo è perché la soddisfazione finale è come quella che si prova quando si vince anche al gioco e di solito si vince se si è bravi a giocare e questo vale per qualsiasi gioco.
La bravura a giocare non è una piccola cosa, è un insieme di fattori che ha un bravo giocatore.
Questi fattori sono nel coaching i talenti del coach.
Incominciano con l’attitudine ad essere accoglienti, disponibili verso gli altri, la mancanza di critica, la capacità di accettare il cliente con il desiderio di trovarne i lati positivi e piacevoli anche se sembrano nascosti. Questo è il primo impatto.
Quando poi il cliente inizia a parlare, i talenti che emergono derivano dalla totale attenzione su di lui, l’ascolto profondo fatto con la mente e con il cuore, la calma nel vivere il ruolo di allenatore e l’utilizzo della propria creatività e fantasia per trovare nelle parole ascoltate un immaginario piacevole e creativo che crea la domanda giusta da fare.

Come è diverso l’approccio terapeutico!
Inizialmente l’energia del cliente non c’è, è chiuso in sé stesso, nei problemi che lo assillano, nelle brutte sensazioni che prova.
Io devo far fronte a questa esperienza entrando in un mio stato di eccellenza per avere molta energia e circondarmi da uno scudo energeticamente protettivo per non farmi contaminare dalla sensazione negativa che emana il racconto del cliente.
È necessario che usi i miei talenti per essere efficiente in questo ruolo e poter rispondere alle esigenze del cliente.
Anche nella psicoterapia c’è un ascolto attento per comprendere la storia del cliente, le sue sofferenze, per fare una attenta diagnosi e contemporaneamente essere empatica perché il cliente si senta finalmente compreso e ascoltato.
Di solito c’è un passato che lo sovrasta come un macigno e ne devo percepire il peso e l’origine e come ha messo radici nel tempo.
A questo punto io devo essere molto forte energeticamente ed emotivamente, perché quando ripeto al mio cliente che cosa ho capito della sua vita e ne interpreto il significato, al cliente devo trasmettere empatia e solidarietà, perché inizia a consolidarsi la fiducia e il sollievo.
Dopo spiego subito come posso aiutare, in che modo e quali risultati si ottengono.
Abitualmente parlo dell’ipnosi, cosa è, come si manifesta e quale è la sua utilità.
Fatto questo mi occupo di conoscere i sogni e i desideri del mio cliente perché sono una guida per me, per conoscere la parte bella e positiva di quella persona.
A questo punto inizia l’avventura terapeutica perché faccio provare l’esperienza ipnotica che è il mezzo più efficace per dissolvere i dubbi e nello stesso tempo insegnare al cliente un nuovo modo di pensare sia di sé stesso, sia della vita, sia del cambiamento necessario per risolvere i suoi problemi.

La gioia che provo nel raggiungere l’esito positivo nella vita del mio cliente, la verifica che abbia ben compreso come comportarsi con sé stesso emotivamente e praticamente per cui si autonomizza e tutto cambia nella sua vita, è grandissima, ma è tutto molto più faticoso che condurre una seduta di coaching.
Il talento di ipnotista che mi sostiene, ogni volta è una interpretazione teatrale di un soggetto nuovo, creativo, fantasioso ed emotivamente toccante.
Le parole mi sgorgano dal profondo delle mie sensazioni e io sono consciamente sorridente e spesso stupita, nell’accoglierle e nel porgerle al mio cliente. E’un lavoro molto creativo e scorrevole ma anche provante se c’è il controllo della mia mente.
I pesi emotivi del passato che il cliente porta con sé sono vampiri di energia e alla fine della seduta sono molto soddisfatta ma anche stanca.
La stanchezza è motivata nell’ascolto delle problematiche del cliente che è come immerso in una nuvola di negatività tossica e non vede l’ora di sbarazzarsene, offrendomela perché io capisca la sua storia.
È parte del mio lavoro di schermarmi nei confronti di questa tossicità energetica e che deve riuscirmi per poter iniziare la mia parte di aiuto nel dissolvere la negatività per sentirmi libera di lavorare creativamente.
È fatica riuscirci perché io voglio dare ampie spiegazioni al mio cliente sul perché sta male e da dove nasce il disturbo, io desidero spiegare perché voglio la collaborazione del cliente nel mio lavoro perché si autonomizzi al più presto, questo mi stanca.
Richard Bandler, il mio grande maestro che mi ha insegnato a ipnotizzare, non vuole ascoltare le storie della gente e non spiega, dice subito chiudi gli occhi e scendi in profondità nella trance che lui conduce, non vuole sentire negatività e questa è una protezione per lui ma nello stesso tempo è consapevole degli effetti positivi che l’ipnosi produce.
Io non dimentico di essere una psicoterapeuta e voglio che le persone capiscano perché stanno male e quale è la strada per uscirne.

Considero l’ipnosi è un talento che ho, è la mia parte creativa che la pratica e la mia parte sciamanica che la dirige. Questa parte del lavoro mi dona energia e visione del lavoro da fare e del risultato da raggiungere. Più avanzo nella vita, più mi rendo conto di quanto sia semplice vivere e di quanto le persone invece vedano solo problemi e difficoltà. Purtroppo non esiste una materia scolastica che insegni a vivere, dai tempi più antichi questo apprendimento è sempre avvenuto contattando un saggio, un maestro, uno sciamano, una persona con tanta esperienza di vita vissuta bene.

I talenti che emergono dal coaching sono insiti nei due protagonisti dell’avventura del coaching, il cliente e il coach.
Il cliente ha i talenti e il coach li scopre e li fa scoprire al cliente col suo modo talentuoso di condurre.

I talenti sono nel DNA psichico che ciascuno ha alla nascita e nel corso della vita bisogna scoprirli per vivere il proprio destino. Sembra semplice questo concetto, ma è molto tortuoso svilupparlo. È nell’avventura della vita il compito di trovare la via che porta a percorrere il proprio destino.