albero in giradino con sole tra i rami

La terra e le fate

Un tempo, secoli fa, la casa originaria era all’ingresso del paese, confinante con una piazzetta che faceva da incrocio tra due sentieri di uscita dal paese, che portavano ai paesi vicini, nel mezzo all’incrocio c’era e c’è ancora una Chiesetta dedicata a San Rocco il patrono dei viandanti, la gente passava e si faceva il segno della croce.

L’ingresso del viale della casa si affaccia ancora sulla piazzetta, c’era tanto verde in quel posto e nel grande prato della casa, crescevano tante erbe speciali che servivano a tanti scopi, molte erano commestibili e buonissime per fare torte, ripieni, zuppe e molte erano adatte per fare unguenti curativi e tisane salutari e depuranti. Davanti a lei c’era e c’è ancora un giardino con tante aiuole disegnate con pietre antiche che delimitano vialetti ben curati e in ogni aiuola c’erano e ci sono ancora tante rose a grandi fiori, cespugli coloratissimi e profumati, le rose erano un tripudio per gli occhi, tantissimi i colori, indescrivibile la bellezza, a maggio chi entra nel giardino resta sbalordito e senza parole tanto è bello.

Quel luogo antico era abitato da presenze gentili e protettive, si dice che fossero le prime donne della famiglia, che costruirono una casetta nel loro terreno ai margini del paese perché non erano come le altre donne, avevano dei poteri ritenuti magici, perché curavano le persone, ma erano anche temute per il loro potere dall’ignoranza della povera gente che abitava un luogo così piccolo e fuori mano. Così si crearono loro stesse una piccola comunità all’interno di quella del villaggio e stavano per conto loro, perfettamente indipendenti per quanto occorreva loro per vivere.

I racconti sono stati tramandati nel tempo senza troppi particolari, perché rappresentano una storia parecchio strana che ha avuto le più disparate interpretazioni di ammirazione o di critica, perché l’animo umano è molto difficile da interpretare.

Quella che racconto, è una bella storia e mi piace sapere che io vivo nel territorio di quelle straordinarie persone di cui ancora ai giorni nostri, si avverte la loro presenza sotto forma di energia di pace e serenità, così si percepiscono le anime di 15 donne che avevano abitato quella casa tanto tempo fa in epoca immemorabile.

Esse erano le custodi, in quella terra generosa di erbe preziose, che nascevano nel grande prato fuori paese ma facente parte della proprietà della famiglia Talice. Quel campo, per la superstizione imperante in quell’epoca, era considerato un po’ magico perché faceva crescere erbe speciali e utili, ma potevano anche essere tossiche se mal gestite. Per questo motivo la gente un po’ ignorante, pensava che quel campo fosse abitato da un animale mitologico, un drago, che compariva di notte tra le ombre degli alberi al plenilunio ed era considerato il maestro delle guaritrici e fautore del potere di quelle erbe, il campo era chiamato “il campo del dragone”, nome che gli è rimasto per sempre sino ai giorni nostri.

Le donne guaritrici erano un po’ amate, perché facevano del bene e un po’ temute perché sapevano tante cose, donne diverse, donne sagge e intelligenti. Forse a causa del dragone, forse a causa del nome che portavano, sono sempre state lasciate in pace, non ebbero problemi con la religione. Sono state le prime donne Talice a distinguersi per le loro doti, ma pagarono il prezzo della loro diversità, rimanendo sole, perché viste con sospetto per il loro sapere.

Quelle donne non si allontanarono mai da quel posto che per loro era anche una protezione per la buona energia che esse seppero esprimere e quell’energia è sempre rimasta in quel loro territorio.

Secondo antiche tradizioni si ritiene che l’energia delle persone rimane nel posto che hanno vissuto anche dopo la loro morte.

Quelle donne vissero insieme, non si sposarono, gli uomini le temevano come spose, erano diverse dalle altre, loro trovarono consolazione nell’esercitare la loro missione caritatevole e nel tenersi compagnia, lasciando in eredità il loro sapere all’energia del posto che sarebbe stata acquisita delle loro discendenti, quelle che avessero avuto la capacità di percepirla e continuarla, senza averla sentita raccontare.

Si dice che alcune fossero sorelle, altre madri rimaste vedove con le figlie, altre erano donne nate sfortunate che furono accolte caritatevolmente e ben inserite nella famiglia a condizione che donassero i loro talenti a favore della piccola comunità.

Si dice anche che due di loro erano le bambine nate da due incontri segreti che avvennero con due cavalieri di passaggio che videro le belle ragazze e riuscirono a conquistarle, a farsi accogliere ma poi se ne andarono. Il destino di quelle donne era che dovessero rimanere sole ad affrontare la vita in quel posto.

Sicuramente facevano riti per raccogliere le erbe e per conservarle, ma nessuno partecipava al di fuori di tutte loro.

Il mistero che ha circondato quelle gentili donne caritatevoli o fate è rimasto immutato nel tempo e i misteri delle loro storie le rendono ancora più attraenti e interessanti.

C’è stato un filo conduttore che ha legato i destini di quella famiglia nella versione caritatevole e utile, dall’inizio della sua venuta nel villaggio, con la volontà di aiutare a estirpare i rovi che esistevano nel 1300, per costruire il paese, alle professioni delle ultime discendenti, espresse nell’estirpare il male fisico o psichico dall’animo della gente, donne che abitarono o poco o tanto quel luogo appartenente alla famiglia Talice dal 1300.

Si sa che l’energia dell’essere umano, dopo la sua morte, rimane come profumo o natura della terra, nel luogo che la persona ha abitato. Quella terra, per questo motivo è rimasta un’oasi di pace e di serenità, anche se intorno non esiste altrettanto, perché il paese di generazione in generazione ha avuto un’involuzione, tanto più i contadini si arricchivano in conseguenza della moderna valutazione economica del frutto del loro lavoro, il vino, tanto più s’inaridivano i loro cuori non più volti alla collaborazione e alla solidarietà, ma alla cupidigia e all’invidia del possesso.

La famiglia, la terra Talice e la casa che su essa è stata costruita, ora restano un punto di riferimento per chi è alla ricerca di pace e del significato della propria vita.

La vita delle quindici fate si svolgeva tranquilla e calma come se fossero state quindici monache, perché lavoravano sempre. Ciascuna aveva un compito perché il lavoro era tanto. Ciascuna sapeva fare qualcosa molto bene e quello era il suo compito, andavano d’accordo e si riconoscevano le reciproche capacità in cui eccellevano.

Il terreno fertile lo coltivavano con amore, con una cura quotidiana. Alcune erano addette a estirpare le erbacce, lavoro faticoso e continuo, perché nello stesso modo in cui crescevano le erbe speciali curative o commestibili, crescevano altrettanto bene le erbacce e le spine che li nascevano sempre.

Altre erano addette ad arare il terreno, concimarlo con gli scarti della cucina come ottimo nutrimento. Altre si occupavano della raccolta delle erbe e dei prodotti che facevano crescere in un ampio orto che permetteva loro si nutrirsi per bene.

C’era anche chi allevava animali da cortile per averne carne e derrate, curando tutta la filiera dalla nascita alla morte dell’animale.

Altre facevano seccare le sementi per conservarle e ripiantarle nella stagione successiva. Altre erano addette al giardino per renderlo sempre pulito e pronto a germogliare nuove piante che si succedevano nel corso dell’anno.

Alcune erano levatrici per fare nascere i figli del paese. Esse fecero quel servizio con amore e salvarono molte vite, perché in quel tempo antico, tante erano le morti per parto e tanti erano i bambini che nascevano nella speranza che qualcuno riuscisse a superare l’infanzia per diventare braccia necessarie per il lavoro.

La mortalità infantile era altissima, la qualità della vita di grandi e piccoli era pessima e l’età media per morire non superava i 45 anni, le fatiche, la povertà e la mancanza di igiene erano le peggiori nemiche della vita.

La più anziana delle fate si chiamava Rosa perché era bella come una rosa, ma non era facile avvicinarla, perché era diffidente nei confronti della gente e protettiva verso le sue sorelle, perciò poteva pungere per difendere, ma era necessario che fosse così per assicurare il rispetto a tutte.

Una era l’appassionata delle rose che erano il suo capolavoro, si chiamava Cenerina.

Era la più romantica e delicata, trasferiva tutto il suo affetto nelle sue rose che le rispondevano profumando e sviluppando colori bellissimi, sfumati, variegati, intensi, esse rappresentavano quello che Cenerina era, una bellissima anima delicata e profumata.

Le rose sono sempre rimaste in quel posto, alcune diventando vecchissime, ma donando talee per fare nascere le nuove rose, altre erano un dono di qualche animo delicato del paese che esprimeva la gratitudine per una guarigione con una nuova piantina di rose.

Il giardino sembrava la tavolozza di un pittore per i colori di cui era adorno, ma il profumo che emanava dalle rose era superato da quello del tiglio che sorgeva nel mezzo. Alla fine del mese di giugno i fiori del tiglio si aprivano e l’intenso profumo faceva quasi svenire.

Gli alberi erano curati da un’altra sorella, perché anche loro andavano potati, innaffiati, concimati perché crescessero forti e belli.

Quindi le quindici curatrici si dividevano tra vari compiti che comprendevano cucinare, la cura della loro casa, la pulizia del giardino, la cura delle rose, la cura del campo, la cura degli alberi, la cura dell’orto, la cura degli animali, la selezione e raccolta delle varie erbe, delle quali alcune erano essiccate, altre fatte diventare tisane o elisir curativo e la cura delle persone bisognose.

C’era un lavoro diverso per tutte e ciascuna sceglieva, nessuna era obbligata a fare ciò che non voleva. Per questo l’atmosfera del posto era piena di amore e solidarietà.

Chi passava per quella strada sentiva un vociare allegro e poteva intravvedere delle figure femminili con lunghe gonne e grembiuli che si muovevano operose in ogni angolo.

La loro vita iniziava presto il mattino con l’alba e proseguiva per tutto il giorno sino a che c’era luce, poi si coricavano, stanche ma felici.